venerdì 21 agosto 2009

La legge del mare


"Nessuna politica di controllo della immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufraghi al suo destino. Esiste una legge del mare, e ben più antica di quella pure codificata dai trattati. E questa legge ordina: in mare si soccorre"
Quotidiano Avvenire

Cultura Locale


"Posso capire che a scuola si possa studiare la cultura locale ma non che si voglia portare indietro la Costituzione attribuendo ai dialetti la stessa dignità dell'italiano. Oggi i giovani vogliono imparare l'inglese...il Pdl deve fare un proprio lavoro culturale perchè l'edificio politico non può reggersi sul leaderismo di Berlusconi".
Adolfo Urso

Rivoluzione


"Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza.

Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato.Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume."
Romano Prodi

"Naturalmente si può rispondere a Prodi anche con stizza. Non è stato forse lui a guidare l’esperienza, che oggi tratta persino con qualche derisione, del cosiddetto “Ulivo mondiale”? E dunque non pensa di avere qualche responsabilità nel suo fallimento, e di dover dire che aveva torto quando respingeva con sdegno le osservazioni che gli venivano da sinistra, sulla riforma del welfare, ad esempio, o sulla guerra, o sulla mancanza di strategia e di progetto del suo governo?

Però, diciamoci la verità, è abbastanza difficile trovare tra i dirigenti dei vari partiti di sinistra e di centrosinistra qualcuno che sia senza colpe, privo di responsabilità per la sconfitta. E allora, magari, possiamo anche dirci: chissenefrega, oggi, della ricerca dei colpevoli o dei “più colpevoli”. E’ l’ora forse, di interrompere il processo ai responsabili e le accuse reciproche. E persino è l’ora di sospendere la tiritera sulla necessità di una nuova generazione dirigente, e sull’accantonamento dei vecchi eccetera eccetera. Se c’è una nuova generazione dirigente, benissimo, facciamogli spazio. Ma non stiamo a trasformare il rinnovamento politico in un controllo delle carte d’identità e della data di nascita, piuttosto prendiamo per buona l’analisi di Prodi e vediamo se ci sono le forze sufficienti per rifondare un centrosinistra che rinunci alle attrazioni fatali verso Berlusconi (il moderatismo veltroniano ) e si proponga non come pura e semplice forza di governo, ma come forza di governo del cambiamento, e cioè di un progetto politico che porti ad un ridimensionamento del mercato, a una fortissima riduzione delle differenze sociali, e ad un netto innalzamento delle libertà."
Piero Sansonetti

giovedì 20 agosto 2009

Et Voilà


"Non sono poche, in ogni caso, le osservazioni di peso arrivate contro il PSC. C'è quella presentata dalla Buzzi Unicem, che al Comune chiede nientemeno (come già anticipato alcuni giorni fa) di poter trasformare l'area dove sorge l'ex cementificio a San Michele, e i suoi terreni circostanti, in una zona residenziale e commerciale"
Tratto da Il Resto del Carlino del 19.08.2009

mercoledì 19 agosto 2009

Per parlare di utopia e per pensare il futuro

Utopie dannose e utopie utili
Un illuminato go­verno mondiale che avesse il com­pito di trarci fuo­ri dalla crisi ragionerebbe pressappoco così: non basta arrestare il crollo dell’econo­mia e della finanza, obietti­vo perseguito finora; uscire davvero dalla crisi significa porre il mondo sul sentiero di una crescita che possa du­rare nel tempo senza sfocia­re in una nuova catastrofe: una crescita, come dicono gli economisti, sostenibile.

L’aggettivo «sostenibile» è stato molto approfondito negli ultimi venti o trent’an­ni e ha almeno tre significa­ti. Il primo è economico- fi­nanziario : per tutti i sogget­ti pubblici e privati ci deve essere un equilibrio durevo­le tra risorse impiegate e ri­sorse disponibili. Il secondo è sociale : disparità di vita troppo grandi tra i popoli o i ceti offendono la solidarietà umana e minacciano pace e sicurezza. Il terzo è ambien­tale : la natura stessa, un tem­po imperturbabile come Gio­ve Olimpo, è diventata fragi­le e chiede protezione. La crescita ante-2007 era insostenibile sotto il profilo economico-finanziario, ol­tre che sotto gli altri due. Ignorarlo ha portato al disa­stro, che ha distrutto molta della ricchezza creata negli anni grassi. Sarebbe irre­sponsabile farvi ritorno; il tentativo, se compiuto, pro­babilmente fallirebbe.


Si può allora chiedere: perché mai «crescita»? Non sarebbe meglio la cosiddet­ta «crescita zero», proposta decenni fa dal Club di Ro­ma? La risposta è no, perché non sarebbe sostenibile so­cialmente; non basterebbe a migliorare la condizione del­l’oltre metà del genere uma­no priva di scarpe ai piedi, di acqua potabile, di cure mediche adeguate, per non dire del miliardo a rischio di morte per fame. No, quindi, alla crescita zero per il mon­do intero; ma sì (o quasi) per il mondo ricco, che scar­pe ne ha in abbondanza, la­scia aperto il rubinetto del­l’acqua, getta molte delle medicine ottenute gratis e da solo produce gran parte del degrado ambientale. In breve: crescita mondia­le moderata, concentrata nei Paesi emergenti di Asia e America latina, presidiata da un sistema mondiale di leggi, tasse, spese, incentivi, aiuti, norme ambientali che la rendano sostenibile sotto i tre profili.

Le questioni irrisolte e le difficoltà concettuali non so­no da poco, ma un modello di crescita sostenibile non è, per l’economista, terra inco­gnita. Indirizzarvi l’econo­mia-globale-di-mercato, mo­bilitando i normali strumen­ti di governo propri di ogni stato moderno non sarebbe impossibile. Politicamente e tecnicamente difficilissimo, sì, ma non impossibile. Sappiamo bene che l’illu­minato governo mondiale di cui stiamo parlando non esiste. E allora? Dedurne che il mondo s’incammine­rà spontaneamente sul sen­tiero qui descritto è un’uto­pia dannosa, al pari del cre­dere che fuori da quel sen­tiero tutto possa filar liscio. Il pianeta ospita circa due­cento Stati che si dicono so­vrani, ciascuno intento a promettere l’uscita dalla cri­si e a trarre vantaggio da ogni errore o debolezza de­gli altri. Sono in agguato in­flazione, conflitti commer­ciali, nuove crisi, per non di­re guerre minacciate e guer­reggiate. Non la mano invisi­bile di Adamo Smith, ma il caos descritto da Hobbes.

Pensare una crescita mondiale sostenibile è, inve­ce, un’utopia utile, perché anche se il governo mondia­le è assai lontano e se il G20, il Fondo monetario in­ternazionale, le Nazioni Uni­te ne sono solo simulacri pallidissimi, essi sono pur sempre gli unici luoghi do­ve cercare i frammenti di un’azione responsabile.

Tommaso Padoa-Schioppa



Il Corriere della sera
19 agosto 2009